In margine al Convegno del CNV, 2-5 gennaio 2024

Si è concluso ieri il Convegno annuale del Centro Nazionale Vocazioni: preziosissima opportunità formativa e di condivisione, offerta agli operatori della pastorale vocazionale e non solo. Quest’anno la nostra comunità ha usufruito della proposta, tra l’altro offerta gratuitamente ai monasteri. La qualità degli interventi, la sapienza evangelica che li animava, la collaborazione con gli Uffici della pastorale universitaria, sono stati un mix eloquentissimo della bellezza e dell’armonia della Chiesa, della rete ecclesiale, del polmone necessario della comunione! Grazie di cuore agli organizzatori, anche da qui!

Vi proponiamo la testimonianza sulla vocazione di uno dei relatori, p. Cesare Falletti, OCist, monaco fondatore del Monastero di Pra’ d Mill e caro amico della nostra sr. Angelica.

Buona lettura!

Cesare Falletti, monaco cistercense, Priore del monastero di Pra’d Mill (Piemonte)

dal sito dell’Ufficio Nazionale vocazioni

Nato nel 1939. Giovinezza vissuta a Roma. Studi fino al 4° anno di giurisprudenza all’Università “La Sapienza” e in seguito filosofia e teologia alla Gregoriana.

Ordinato presbitero nel 1966.

Vice-rettore del nascente seminario per le vocazioni adulte a Torino. Entrato in monastero nel 1971.

Ci sono delle cose nella vita di un bimbo o di un adolescente che col “senno di poi” potrebbero dirsi orientatrici del futuro dell’uomo.

Sono certo che certi momenti di grande e intenso amore per il Signore, anche in età molto bassa, sono raccolti dal Signore stesso e resi con delle grazie “vocazionali” in età in cui si pensa a tutt’altro. Ne sono stato testimone durante tutta la mia vita, sia seguendo vocazioni religiose, cosa che ho fatto per gran parte della mia vita, sia semplicemente ascoltando “storie” sempre belle e sorprendenti delle tante persone che ascolto nel corso delle mie giornate.

La riscoperta del Signore non mi sembra essere in generale un cammino prevedibile o meccanico.

Posso chiedermi se è capitato così anche a me.

È certo che l’ambiente in cui sono cresciuto, nonostante l’agnosticismo di mio padre, è stato molto religioso. La famiglia di mia madre è stata prevalente, non avendo io conosciuto i nonni paterni e non avendo cugini da quella parte. L’origine piemontese ci dava quel sano anticlericalismo liberale conseguenza dell’Unità d’Italia e perfino nella famiglia romana di mio padre c’era un nonno incarcerato da Pio IX in Castel Sant’Angelo per essere partigiano dell’Unità.

Fra i miei cinque fratelli ero forse il più religioso, ma da noi la religiosità non si esprimeva, salvo andando a messa la domenica e recitando il rosario in famiglia la sera dei Santi. Mia madre ci faceva dire le preghiere prima di andare a letto finché siamo stati bambini, ma la sua era una fede così forte e discreta che si mescolava con l’aria che respiravamo.

Tutti e sei, fratelli e sorelle, siamo rimasti praticanti, alcuni anche ben impegnati e io monaco, mentre ho un fratello diventato sacerdote a 62 anni.

Pur essendo rimasto credente e praticante, non solo per forma, ma un po’ per sincero sentimento – fede? – e un po’ per dovere, passata l’infanzia l’idea di vocazione non si è radicata; qualche breve passaggio durante gli esercizi spirituali nel collegio che frequentavo (scuola cattolica).

Liceo e università con nessun impegno ecclesiale, ma senza perdere la devozione. Erano gli anni del boom, famiglia agiata, molto divertimento, poco studio. Quanto basta.

Non rientro certo nel tipo di bravo cattolico zelante, impegnato in parrocchia, iscritto all’Azione cattolica, ecc. Ero certo che fossero cose per altri ambienti, gente diversa, fatta in modo speciale.

L’anticlericalismo c’era anche in me. Quando si è trattato di rispondere alla vocazione ed entrare in seminario il sentimento era più di umiliazione che di gioia!

Ma quando la chiamata è venuta, e si è confermata dopo un tempo di lotta e riflessione (c’era anche una ragazza), non ho esitato: non c’era altro da fare che dire di sì; non l’ho detto a malincuore, ma quasi con un gusto dell’avventura che ha segnato tutto il mio cammino vocazionale. Se il Signore chiama, suggerisce o invita, è chiaro che lui ci aspetta lì ed è inutile cercarlo altrove.

Ora, non avevo dubbi che il “Buon Dio”, come si diceva allora, è ciò che passa davanti a tutto e lui sa quello che fa. L’unica idea che mi sosteneva era: tutto potrà andare male, ma nessuno mi impedirà di amarlo. E questa è stata sempre la forza del mio cammino.

Stranamente l’idea del monastero si è subito presentata; non ne conoscevo, non sapevo neanche bene cosa fosse e l’immagine romantica della trappa voluta nell’800 creava in me un senso di rifiuto. Ho trovato un Padre spirituale che ha preferito mandarmi al Collegio Capranica, dove ho ricevuto tantissimo e ho imparato che cos’è la Chiesa, non solo studiando Teologia, ma educato dai miei compagni e superiori.

Diventato prete ho però voluto lasciare Roma, per staccarmi dalla famiglia e sono andato a Torino, dove intanto avevo conosciuto vari amici; era un tempo di forte fermento ecclesiale. Il Concilio finiva e cominciava il ‘68. Tempo appassionante; ma da Torino ho cominciato a frequentare i monasteri francesi e ho scoperto un mondo che mi ha permesso di fare il passo, unendomi a una comunità nascente.

Però il Signore voleva altro e, anche se con fatica, 40 anni dopo riconosco che aveva ragione. Per cui sono passato in un monastero molto antico e piuttosto malandato.

È stato il “sì” più duro della ma vita, ma ha portato molto frutto. 23 anni difficili e belli, una scuola di vita molto forte, “tosta”. Qualcosa che volevo, ma non mi aspettavo. La bellezza della vita monastica è inspiegabile, come la sua ragione.

Dopo tutti questi anni posso dire che il Signore mi ha fatto la grazia di non lasciarmi mai voltare indietro, di non rimpiangere o pentirmi per i passi fatti, neanche quando era duro, apparentemente assurdo.

Intanto è successo “Pra‘d Mill”, la fondazione di un nuovo monastero in Italia: questa volta il mio “sì” è stato più facile! Ma non con meno rischio di fare un fiasco e rovinarmi la vita. La solita fiducia in Dio e accettazione a priori di “finire male”, ma senza abbandonare l’amore per il Signore e non essere abbandonato dal suo, che considero la grande grazia della mia vita e che non mi sono procurata né con ragionamenti né con atti di volontà, né con virtù speciali che non ho, mi ha fatto avanzare passo passo, a volte solo, a volte con dei fratelli, sperimentando anche con una certa lacerazione la tensione che ci può essere fra obbedienza, che è ciò che dà più fiducia, e intuizione.

Spesso questa tensione si risolve con un’attesa fiduciosa dei tempi del Signore che non sono i nostri e che, dopo averci sfidati nell’impazienza, quando scattano, non si può tergiversare.

La vocazione non è un momento della vita; è qualcosa che ho sempre dovuto riascoltare, ritrovando l’atto di fede, che è il dono che ho ricevuto senza mio merito e senza poter dire perché.