Dai Capitoli di p. Mauro Giuseppe Lepori, abate generale dell’Ordine Cistercense
La castità che attende lo Sposo della Chiesa
Quando si capisce la povertà come liberazione da tutto ciò che intralcia il cuore nell’abbraccio con Dio, allora capiamo che la povertà non deve fermarsi allo spogliamento dai beni materiali. La povertà deve penetrare il cuore. San Benedetto è preoccupato lungo tutta la Regola della povertà di cuore dei monaci, cioè che vivano le Beatitudini alla radice: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. (…) Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.” (Mt 5,3.8)
Questo comporta il voto e la virtù di castità. La castità è certamente una rinuncia, un distacco fisico e affettivo per amare il Signore “con cuore indiviso”. Uno spirito di castità è richiesto anche a chi vive il matrimonio, affinché fra gli sposi l’amore rimanga gratuito e grato, e vissuto come spazio in cui l’amore di Dio ha sempre il primo posto e possa alimentare l’amore umano. La castità consacrata comporta una povertà di cuore, come dicevo, perché rinunciare al possesso affettivo è più radicale che rinunciare al possesso delle cose. È una povertà interiore nel rapporto con le persone e con tutto. A volte è una ferita, un lutto profondo, un deserto dell’anima, una solitudine che rimane in attesa di Cristo come Sposo che a volte “tarda a venire” (cfr. Mt 25,5). Vissuta così, la castità partecipa alla grande attesa escatologica di Cristo, l’attesa dell’universo, di tutta l’umanità, di tutta la storia. Tutto geme e sospira, come lo esprime l’ultima pagina dell’Apocalisse e quindi della Bibbia: «Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta, ripeta: “Vieni!”. Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l’acqua della vita. (…) Colui che attesta queste cose dice: “Sì, vengo presto!”. Amen. Vieni, Signore Gesù! La grazia del Signore Gesù sia con tutti.» (Ap 22,17.20-21)
In fondo, la castità consacrata, la verginità per il Regno, non è una rinuncia a sposarsi. Significa piuttosto avere Cristo Signore come unico Sposo, e in questo le persone che vivono il voto di castità non sono distinte da chi vive la via normale del matrimonio, perché tutta l’umanità, anche senza saperlo, attende lo Sposo eterno. La Chiesa è nel mondo la Sposa che attende la venuta di Cristo. In questo la Chiesa è unita al cuore di ogni essere umano, è custode del desiderio più profondo di ogni cuore, e desidera Cristo per tutti, e vuole accoglierlo da ora e fino alla fine dei tempi per tutta l’umanità. Chi vive nella castità consacrata si unisce ad ogni cuore umano, come segno di quello che ogni cristiano è chiamato ad essere nell’umanità, come un lievito che fa fermentare tutta la pasta.
Essere coscienti di questa dimensione profonda e universale della rinuncia al matrimonio è essenziale per non vivere il voto di castità in modo meschino e sterile. Come nella povertà rinunciamo alle nostre cose per vivere delle cose del monastero, nella castità rinunciamo al nostro matrimonio per vivere delle nozze della Chiesa con Cristo, e rinunciamo ai nostri figli per essere padri e madri dei figli della Chiesa. Rinunciamo a ciò che è nostro, al nostro interesse, per ricevere ciò che è infinito e giova a tutti.
Ripenso sempre alla frase della Carta Caritatis dei primi Cistercensi dove i padri fondatori esprimono il loro desiderio di giovare ai membri dell’Ordine e a tutti i figli della santa Chiesa: “Prodesse enim illis omnibusque sanctae Ecclesiae filiis cupientes” (CC I,3). Solo ora mi rendo conto che una tale affermazione implica un desiderio di fecondità, di paternità o maternità, che deriva dall’unione con Cristo, Sposo della Chiesa, con Cristo che viene a dare compimento al tempo invitandoci alla sue nozze, le nozze dell’Agnello. Non si giova a tutti i figli della santa Chiesa, che di per sé comprendono tutta l’umanità, senza una castità che chiede solo a Cristo la fecondità della propria vita, che attende da Cristo il compimento di ogni vita e di tutta la storia. È una fecondità misteriosa, perché Cristo tornerà alla fine dei tempi, eppure la fecondità della sua venuta escatologica si manifesta già ora, perché la Chiesa genera ora i figli del suo Sposo divino e glorioso.
La verginità per il Regno è segno di questo mistero, ed è al servizio della fecondità di Cristo nel generare i figli del Padre suo, nel generare i suoi fratelli e sorelle nel dono dello Spirito Santo. Quando l’Apocalisse termina con il grido dello Spirito e della sposa: “Vieni, Signore Gesù!”, non dobbiamo intendere questa invocazione finale come un desiderio che chiede la fine del mondo, che chiede la venuta del Giudice universale. Lo Spirito e la Chiesa chiedono a Gesù di venire perché l’umanità sia generata ora alla vita filiale. Gesù verrà alla fine dei tempi, ma è venuto anche alle nozze di Cana (cfr. Gv 2,1-11), cioè viene nella vita attuale dell’umanità, per trasformarla come l’acqua in vino, per donarle di vivere le nozze con Cristo anche dentro le nozze umane. Le nozze di Cana ci rivelano che anche chi si sposa non può vivere una vera fecondità di vita, una vera pienezza di relazione matrimoniale, e neppure paterna o materna, senza “invitare Gesù” (cfr. Gv 2,2), senza desiderare la venuta di Cristo. C’è una dimensione di castità nel matrimonio cristiano che, più che fisica, è nel cuore. Si tratta di non dimenticare che anche chi è sposato vive nell’anelito a che lo Sposo venga. Se non si desidera Cristo, l’unione con Lui, il rapporto con la propria moglie o il proprio marito, o il rapporto con la propria comunità, o con i propri superiori, non trovano compimento, non hanno consistenza. Solo Cristo è la pienezza di tutto.
Spesso, chi è in crisi con il proprio marito o con la propria moglie pensa che un’altra persona sarebbe il coniuge ideale. Ma anche l’altra persona avrà il limite che ha il proprio coniuge: quello di non essere Gesù Cristo, lo Sposo per cui il nostro cuore è fatto. Non serve a nulla cambiare marito, come la Samaritana che ne ha cambiati cinque senza essere soddisfatta neppure del sesto uomo. Solo incontrando Gesù al pozzo di Giacobbe la Samaritana ha trovato l’acqua viva capace di soddisfare la sete infinita di amore o, se preferite, la sete d’amore infinito del suo cuore (cfr. Gv 4).
Anche chi cambia continuamente comunità fa lo stesso errore. L’errore di credere che abbiamo bisogno d’altro che di Cristo, di credere che la nostra vita possa trovare compimento senza la Sua venuta, la Sua presenza, il Suo amore, la vita che Lui ci dà.
Invece, chi ha questa coscienza, capisce che desiderare Cristo riempie di Lui anche il marito insensibile o la moglie noiosa, o la comunità piena di difetti, di meschinità, o il proprio superiore pieno di limiti.
Capiamo che per vivere una castità vera, tutta tesa a Cristo, sia nel matrimonio che nella vita consacrata, abbiamo anzitutto bisogno di fede, di fede nella presenza oggettiva e reale del Signore nel luogo della nostra vocazione. Ci vuole fede per credere che Gesù, se ci ha chiamati a seguire una strada, a vivere in una determinata comunità, a legarci sacramentalmente con una donna o un uomo particolari per formare una famiglia, vuol dire che è lì che Lui ci chiede e ci dona di essere il nostro Sposo, colui che riempie il nostro cuore. Per ognuno di noi la venuta escatologica del
Signore Gesù inizia nell’aurora della nostra comunità, della nostra famiglia, della vocazione e missione che ci è affidata. Se Gesù ci ha chiesto di seguirlo così, con queste persone, vuol dire che è lì, e solo lì che Lui vuole continuamente venire a dare compimento alla nostra vita, contro tutte le apparenze o anche tutte le evidenze contrarie che ci fanno soffrire.
Per questo, la castità non dobbiamo pensarla troppo in noi, guardando noi stessi, il nostro cuore e il nostro corpo, i nostri sentimenti e le nostre emozioni. San Benedetto ci chiede di pensare alla castità guardando i fratelli o sorelle della nostra comunità, guardando il nostro abate. Nel capitolo 72 della Regola traspare questa coscienza: “C’è uno zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. Questo zelo, dunque, esercitino i monaci con ardentissimo amore, e cioè si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore; sopportino con grande pazienza le loro infermità fisiche e morali; facciano a gara nell’obbedirsi a vicenda; nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello dell’altro; si dedichino castamente alla carità fraterna; temano Dio con amore; amino il loro abate con carità sincera e umile” (RB 72,2-10).
C’è una castità che diventa reale solo dentro la stabilità in una comunità, dentro l’appartenenza ad una famiglia concreta di fratelli, con un padre, o una madre, che è il superiore stabilito. La comunità per san Benedetto è un luogo di rapporti vivificati dalla carità, dall’amore di Dio che Cristo ci comunica nel dono dello Spirito Santo. La comunità nella quale siamo chiamati a fissare la nostra appartenenza con il voto di stabilità è il corpo di Cristo di cui siamo membra. Per questo, la comunità ha una struttura solida e ben determinata come lo scheletro del nostro corpo. Ma lo scheletro non basta per formare un corpo vivo. Ci vuole la carne, ci vogliono i nervi, e tutti gli organi, e ci vuole un’anima che metta tutto in relazione: l’anima della carità fraterna e filiale di Gesù Cristo. La carità non vive fuori dal corpo, non è uno spirito astratto. La carità è la vita del corpo ecclesiale di Cristo.
Per questo, la carità non disprezza tutte le fragilità del corpo di carne in cui siamo inseriti dalla nostra vocazione a vivere in Cristo. Anzi: la carità è un fuoco che ogni fragilità e difficoltà rendono più ardente.
La stabilità in una comunità non è una scelta di comodità, come rinchiudersi in una stanza di albergo per evitare tutti i problemi che gli altri ci possono procurare. La stabilità non si sottrae al cammino che segue Gesù, e Gesù, lo sappiamo, non ci vuole condurre a vivere nella comodità: «Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.» (Lc 9,57-58)
Ma il cammino che continua anche per chi è chiamato alla stabilità della clausura monastica non è un muoversi fisico, geografico: è la sollecitudine della carità. Gesù non ha dove posare il capo, cioè non ha riposo, non tanto perché si agita e corre, ma perché il suo cuore non perde occasione per amare. Per questo, ogni persona che incontra provoca in Lui un moto di carità. Anche quando san Benedetto chiede che i monaci “sopportino con grande pazienza le loro infermità fisiche e morali” (RB 72,5), non ci invita ad una passività, ma a fare un passo in avanti nella carità che “tutto
sopporta” (1Cor 13,7), nella carità che fa due miglia con chi te ne chiede uno (cfr. Mt 5,41).
Sopportare con pazienza ci sembra spesso una posizione che ci opprime, che spegne in noi la vita. Invece è proprio così che lo zelo buono si accende di “ferventissimo amore” (72,3). È come soffiare sulla brace perché la fiamma si ravvivi. E questo vale per tutto ciò che la stabilità in comunità comporta: lo stare sottomessi a dei superiori, l’assumere i servizi richiesti, stare sempre accanto alle stesse persone, ricominciare ogni giorno a seguire un orario che non muta mai, ecc. Sembra tutto monotono, sembra che tutto mortifichi la vitalità del nostro carattere, dei nostri talenti, delle nostre ambizioni e delle nostre passioni. Invece, proprio quel “fermarsi” nella stabilità comunitaria permette alla fiamma della carità di diventare sempre più ardente, vivace, capace di scaldare e illuminare il mondo.
I monaci “si dedichino castamente alla carità fraterna – caritatem fraternitatis caste inpendant” (72,8). San Benedetto è convinto che la castità fa crescere l’amore non tanto tenendosi distanti dalle persone, ma lasciandosi attizzare e modellare dai rapporti fraterni, da tutto quello che i fratelli o sorelle della mia comunità mi chiedono, anche e soprattutto quando mi chiedono pazienza, misericordia, perdono.
Un rapporto faticoso non spegne l’amore. Al contrario: lo rende ancora più ardente, più gratuito, più divino, perché più domandato a Dio e accolto da Lui, dal Padre misericordioso, dal Figlio crocifisso, dallo Spirito Consolatore.